Un momento che mi ha cambiato: pensavo che il morbo di Parkinson fosse la fine della mia vita, ma la danza ha cambiato tutto

di Ian Temple

Quattordici anni fa, un neurologo mi disse: «Hai il Parkinson». Ricordo il suo volto prima ancora delle sue parole: sereno, sicuro, gentile. Il Parkinson: una malattia neurologica progressiva. Senza cura. Nella mia mente, era una malattia da anziani. Qualcosa che capitava agli altri, in età avanzata. Non a un uomo single poco più che cinquantenne che credeva ci fosse ancora tempo per l’amore, l’avventura, il rinnovamento.

Ciò che mi terrorizzava di più non erano i tremori o la rigidità. Era il futuro che immaginavo. Immaginavo un partner che mi scegliesse non per amore, ma per aver cura di me. Pensavo: chi sceglierebbe una cosa del genere? Chi mi sceglierebbe, sapendo tutto questo?

Così mi sono nascosto. Avevo già un po’ di esperienza: essendo un uomo gay cresciuto in un’epoca in cui dichiararsi era pericoloso, e in seguito come persona affetta da HIV, conoscevo bene i meccanismi dell’occultamento. Si valuta l’ambiente circostante. Si decide chi è una persona di fiducia. Si fa coming out con cautela, perché non si può tornare indietro.

All’inizio era abbastanza facile. Un leggero trascinarsi dei piedi poteva essere ignorato, i movimenti più lenti attribuiti allo stress. Ma nascondersi ha un prezzo. Restringe il tuo mondo. E il Parkinson prospera quando ti chiudi in te stesso, quando decidi che è più facile non uscire, non dare spiegazioni, non far vedere che ti muovi in modo diverso.

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